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STORIA DI ALBEROBELLO > la storia di ITALO PALASCIANO
Può una striscia di terra avere una propria storia? Nel nostro caso sembra proprio di si. Le cronache di cui ci stiamo per occupare narrano le aspirazioni degli abitanti di un piccolo giovane paese a muoversi in un più ampio spazio perché costretti a vivere e a lavorare in un territorio troppo angusto. Sono cronache che hanno iniziato dalla vicenda di Coreggia che vuol dire, appunto, striscia di terra.
La quale striscia di terra si trova sopra ai monti detti della Selva, al di la delle loro cime, nell'altipiano, una vasta zona di territorio, con fitte boscaglie, e luoghi diversi ed erbosi (che) era in antico di giurisdizione demaniale. Oltre la bagliva , la fida e la diffida, la Regia Corte vi aveva diritti doganali, e l'Università della città di Monopoli e della Torre di Fasano, di Locorotondo, di Cisternino, di Martina e di castellana, vi avevano in comune la promiscuità dei pascoli, con la facoltà ai loro cittadini di acquare, legnare e pernottarvi.
I monti della selva, così vengono delimitati dallo storico fasanese Giuseppe Sampietro: dal luogo denominato allora Specchia della Monaca, verso nord, tra i confini del territorio di Monopoli con l'altro di castellana, si arriva verso sud al sito detto Varvasciulo, fine del territorio di Ostini; e dal cosiddetto Monte del sale verso ovest, ove cominciava il territorio di Martina, sino alla gravina di Rodia, ad est, dove terminava il territorio di Fasano. Da monte a mare, a montibus infra, citra montes, il territorio era detto Marina, e dai Monti in su, ultra montes, era detto come nome generico, Selva.
La storia della Coreggia era legata, in un certo qual modo, alla definizione dei più antichi confini di Martina. Ricostruiamo molto brevemente gli avvenimenti dell'istoria Cronologica della Franca Martina.
Fu Filippo I d'Angiò, principe di Taranto, nel 1310 a fondare Martina permettendo ai suoi primi abitanti di poter passare e acquare nei territori di Ostini, Motola e Massafra. Il figlio Referto infeudò la nuova terra al fido Pietro del Tocco concedendo al nuovo signore e ai martinesi prout verus dominus et patronus, seu veri domini et patroni un vastissimo territorio verso Taranto, Ostuni, Ceglie Monopoli e Mottola, minutamente descritto nei suoi confini, tra i quali ci interessano…a disco loco Canalis Pili versus austrum per Silva Arboris belli ad locum vulgo dictum de Pentima Bitrana, perché comprendono la striscia della Coreggia. Aggiunge il Chirulli; del quale territorio (indicandolo nella totalità della sua esenzione) si è mantenuto sempre in possesso di Martina: si chiusero però gli occhi ad una occupazione fatta da cittadini di alberobello nel detto luogo la Quarascia ridotto oggi (Chirulli scrive nel 1746) a possessione di loro vigne.
Le avare notizie di Chirulli non specificano quando il territorio fu occupato dagli alberobellesi, se fu distaccato o non lo fu mai dal territorio di Monopoli, né in che anno si cominciò la miglioria fondiaria.
Un vasto territorio fondava la Regia Dogana di Monopoli che era costruita da fitta selva, da pascoli di erba, di rovi e di querceti. Si estendeva da Conversano al territorio di Monopoli. Il diritto di bagliva era esercitato esclusivamente da Monopoli che pagava i custodi.
Sino al XVI secolo la regia corte esercitava su questi territori diritti di fida e di diffida con facoltà di raccogliere ghiande, servirsi dei pascoli e delle acque, elevare dei recinti; una sorta di condominio che provocava non pochi disagi agli abitanti dei paesi. Questo stao di cose mutò quando, cessata la dominazione della Repubblica di Venezia, Monopoli tornò nel Regno di Napoli ai Re di Spagna i quali avanzarono pretese sulla Regia Dogana di Monopoli provocando continue liti con le Università che godevano comunione di beni.
Per porre fine ad uno stato di permanente litigiosità nel 1566 la città di Monopoli e le terre di Martina, Cisternino, Locorotondo, Fasano e Castellana, si riunirono, diremmo noi ora, in consorzio e offrirono al regio fisco, che accettò, una considerevole somma di denaro in cambio della cessione del dominio governativo su quelle terre. Le terre acquistate in comunione vennero divise. Il territorio che fu assegnato alla città di Monopoli confinava con quello di Martina fino alla Selva di Alberobello al punto della gravina che sale, camminando da garbino verso greco, e dove finiva il territorio assegnato alla detta terra di Martina, di la cominciava quello attribuito alla magnifica città di Monopoli.
Si venne così a formare il dominio di Monopoli, dote di Questa università. Furono distribuite le terre in proporzione ai fuochi dei comuni e si permise in alcune di piantare le vigne. Fra queste c'erano le contrade di Coreggia, del Canale, di Monte del sale, di Pantanello e Malvisto. Così ebbe avvio la trasformazione agraria di questa parte del territorio ad opera di massari e contadini, che divenuti padroni della terra, recintarono con parieti i fondi che prima erano stati comuni, piantarono alberi sottraendosi ad ogni canone verso l'Università.
In questo modo anche la striscia di terra chiamata Coreggia e le contrade vicine cessarono in breve tempo di far parte di quel paesaggio agrario di fitte boscaglie, di rovi, di pascoli per trasformarsi in gran parte in ricchi vigneti. Queste trasformazioni come si è detto, furono opera di cittadini di alberobello nel detto luogo la Qurascia ridotta oggi a possessione di loro vigne.
Da un atto del notaio, Vitonofrio Sgobba di Alberobello del 1798, che ha per titolo Quietanze, Divisione e Transazione tra li fratelli de Cito, si può rilevare, sia pure dalle notizie riguardanti una singola proprietà e delle indicazioni di proprietà confinanti, la notevole entità dei vigneti esistenti in Coreggia nel 1700. La magnifica Donna Giovanna Maria Matarrese, moglie del Dottore Fisico Giuseppe Cito, possedeva in primis il comprensorio delle vigne della capacità di quartieri quattromila circa. (ha 107.20.00), co le casamenta, pozzo d'acqua, palmeto ed altri diversi membri in detta vigne esistenti siti in tenimento di Monopoli, contrada detta Coreggia, confinanti verso Boreaalle vigne di Giambattista Sgobba delli Fratelli Giovanni e Stefano Plantone, alle vigne della vedova Lionarda Tinella, ed alle vigne del suddetto D. Giacomo Cito suo figlio, verso Scirocco passaturo vicinale , ed altri confini, da poterne essa D. Giovanna disporne a suo gusto e piacimento… si riserba altresì tutte le botti, caldaie da cuocere il vino mosto e ogni altro mobile di qualunque sorta fosse che si trova nella casamenta, membri e comprensorio delle vigne suddetta siccome pure la corticella seminatorio di trenta tomola in circa confinante a detta vigna, ed alle vigne suddetta Lionarda Tinella…
La cappella della Madonna del Rosario della Coreggia, costruita nel 1747 da Leonardo Anonio Matarrese,, padre della Citata Donna Giovanna, era stata dotata dal Matarrese di 70 quartieri (ettari 1.87.60) di vigne denominata La Lama attaccata alle altre vigne di Modesto Matarrese da levante e le vigne di Pietro Antonio Alfarano. (Leonardo Antonio Matarrese, padre della predetta Donna Giovanna, possedeva nella sola Coreggia 1.287 tomoli di terreni - paria ad ha 1103.34.51 di cui a vigneti ha. 5.36.00 detti della Cappella e ha. 107.20.50 a contrada Arciprete).
La presenza del contiguo territorio di Alberobello dei vincoli feudali imposti dagli Acquaviva di Aragona, Conti di Conversano, aveva fatto si che già nella seconda metà del 1700, diversi alberobellesi che avevano proprietà nella vicina Coreggia (che, dipendando da Monopoli, era libera di vincoli feudali), potessero esprimere qui al meglio la propria imprenditorialità agricola con l'impianto di tanti vigneti; il che segnava un salto di qualità dell'economia della contrada rispetto alla vicina Alberobello ove dominava il bosco. Sotto certi aspetti, l'esistenza alla Coreggia di vigneti e di seminativi alberati, frammisi al bosco, permetteva nel suo piccolo, all'economia agricola della Coreggia di presentare più alternative rispetto alla monocultura dell'olivo che caratterizzava l'intera pianura (la marina) di Monopoli.
Nei decenni che seguiranno Coreggia, il cui nome non è riportato in catasto, sembra non avere cronaca (a parte qualche episodio legato al brigantaggio); se non quella anonima della quotidiana fatica dei contadini tra i filari delle vigne, e di tutti quei disagi di cui è fatta la vita di campagna con il tempo segnato dal succedersi delle stagioni o degli scarsi o abbondanti raccolti. Il tutto aggravato da uno stato amministrativo anacronistico, troppo a lungo sopportato, che faceva di questi abitanti cittadini non a pieno titolo rispetto al luogo in cui vivevano e operavano.
Di questi disagi, del pugno di uomini che con intelligenza e perseveranza riuscirono, alle soglie del 1900, a porre fine a questo stato di cose, diremo nelle pagine che seguono.
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