Rievocazione Storica Alberobello 1797


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ALBEROBELLO nel '700 e '800

STORIA DI ALBEROBELLO > la storia di ITALO PALASCIANO

Era quello il periodo in cui si andava definendo il cammino dell'agricoltura alberobellese iniziato poco più di un secolo prima.
Un cammino che aveva mosso i suoi primi passi dai più vuoti di piccole estensioni, detti vignali, circoscritti da parieti, che si appartengono all'ex feudatario, coltivati a grano o a fave, nel mezzo, di un bosco di rigogliose querce dentro il quale il paese è edificato, dell'estensione di tomoli 1.400 assegnato al Comune in compenso degli usi civici.
Durante il feudalesimo a far iniziare la prima ristretta coltivazione di un'agricoltura poverissima era stato l'interesse del barone ad accrescere la rendita della propria camera e strappare gente al vicino ducato di Martina; promosse così la colonizzazione di piccoli appezzamenti nel bosco ricorrendo al contratto di enfiteusi. Il che mentre consentiva al feudatario di imporre la decima sul grano e sulle fave, provocava anche qualche raduno rumoroso come quello esploso nel 1877 fra i contadini ed il conte per l'accesso al bosco degli animali neri (maiali) di proprietà di quest'ultimo che rovinavano i piccoli appezzamenti coltivati a fave dai coloni. Questi enfiteuti vengono così a configurare - insieme a coloro che, come vedremo, prendono in fitto o riescono a comprare appezzamenti nei territori vicini - quella figura di contadino povero o poverissimo che aumenterà successivamente a seguito delle trasformazioni, e che rimarrà nel 1900 la figura permanente del picolo mondo agricolo locale.
Se questa era tutta la poverissima agricoltura del paesello - quasi un'economia silvo pastorale - ciò non significa che fosse tutta l'attività agricola degli alberobellesi. Ristretti in un territorio selvoso e non di pianura, ove era molto difficile, se non impossibile, per la severità delle leggi borboniche tagliare i boschi delle terre appese (cioè in pendio) come fu per il bosco selva, molti alberobellesi erano costretti a coltivare terreni nei territori di Martina (che raggiungevano a mezzo dell'attuale strada che nel 1812 era semplicemente una mulattiera) Fasano, Castellana, Noci e Monopoli. In quest'ultimo territorio, alla contrada Coreggia, allora facente parte di Monopoli (solo nel 1862 una prima parte di Coreggia passerà ad Alberobello), alcuni alberobellesi pagavano canoni di fitto di terreni al convento di S. Domenico. Sempre nel territorio di Monopoli, anche se nelle immediate vicinanze di Alberobello, nella zona denominata Monte del Sale, molti alberobellesi nel 1807 avevano come enfiteuti chi un tomolo e chi più o chi ancora meno col peso del terratico con le fatiche ridotti tutti a vigneti facenti parte della masseria S. Lo nardo di proprietà del Conte di Conversano.
A subire le conseguenze di questa agricoltura senza territorio, al di sotto della sopravvivenza, erano soprattutto i braccianti e le donne che lavoravano. Queste erano costrette ad andare a raccogliere le olive nella masseria Montalbano nel pressi di Fasano di proprietà della famiglia Acquaviva d'Aragona, conti di Conversano.
Nella risoluzione di Ferdinando IV del 27 maggio 1797 per l'erezione di Alberobello in Università autonoma dal Conte di Conversano si legge, tra l'altro, che si in libertà delle donne di andare, se vogliono, a raccogliere le olive in Montalbano, ma per quella mercede e salario che potranno convenire. (non più cioè alle condizioni imposte dal barone). Oppure si portavano a lavorare, sempre per la raccolta delle olive, alla masseria La felice nei pressi di Statte (Taranto), dal cav. Cataldo Galeone, Sottointendente di Taranto alla fine del 1700, ove percepivano un più ubertoso compenso rispetto a quello delle lavoratrici che si portavano a Montalbano.
Un elemento caratterizzava e accomunava queste donne e i contadini che coltivavano terreni fuori Alberobello, la coscienza di cui erano privi gli altri concittadini, di un paesaggio agrario diverso nel quale, specie verso il mare come la campagna di Monopoli, predominava l'olivo, un albero questo che ancora agli inizi del 1800, era sconosciuto nella campagna di Alberobello. Lo fa notare il cav. Angelo Turi, presidente della commissione censuaria comunale per le proposte delle tariffe sui terreni nel 1910. L'olivo - egli scrive- non è pianta indigena… le prime piante furono portate dai Correggiani che invidiavano quelle lussureggianti di Monopoli, dove si recavano per pagare le tasse… e comunciarono a piantare le qualità mangerecce.
Dovevano rimanere ben sorprese le donne di Alberobello che per la prima volta nel Tarantino e a Montalbano alla vista di quelle grandi distese di uliveti. Ne era rimasto impressionato Leandro Alberti quando nel 1500 percorreva il tratto di costa dopo Monopoli; un paesaggio che inverno pare cosa molto difficile da credere a quelli che non harranno veduto le selve d'olivi, delle quali sono tutti pieni questi luoghi, ed tutta questa regione, o si Terra di Bari, ad Alberobello era stato detto che da quelle parti si raccoglievano l'anno più di ventimila salme d'oglio, prodotto che sin d'allora veniva commercializzato anche in regioni lontane come il Veneto. Il constatare che a distanza di oltre due secoli l'albero di olivo era ancora sconosciuto ad Alberobello, all'interno cioè di soli pochi chilometri dalla costa, sta ad indicare l'enorme ritardino con cui prese lentamente il cammino l'agricoltura alberobellese rispetto ai comuni vicini, per lo stato di selva del suo territorio. Per cui ancora nel 1700 il paesaggio agrario alberobellese era quasi medioevale - terra et silva - (poca terra e molta selva).
È evidente che in queste condizioni per una popolazione che cresce, estendere la superficie coltivata è questione di sopravvivenza; e per poter aumentare il coltivato non c'è altro che eliminare l'ostacolo rappresentato dal grande bosco dentro il quale il paese è edificato, tenuto dalle severe leggi borboniche. E ciò, a differenza di altri comuni anche limitrofi ove, essendovi più terra coltivata, i boschi non venivano considerati come elementi totalmente negativi contrapposti ad uno positivo dei campi coltivati, ma come settore da sfruttare come il taglio del legname, la raccolta dei prodotti spontanei, l'allevamento del bestiame. Alberobello era fuori da questa logica. La situazione è quasi medievale quando espansione agricola significava solo estensione della superficie coltivata; e per far questo bisognava strappare in tutti i modi terreno coltivabile al bosco che teneva come in una stretta il paese. Questo strappare il coltivabile al bosco in modo quasi furioso, più spesso illegale, fu una spinta inarrestabile per tutto il 1800 e anche oltre. Se c'è un'attenuante a questa spinta irresistibile, questa va individuata nella mancanza di terreni alternativi in pianura, in modo da lasciare intatta la parte del bosco su terre appese. Il bosco era visto come una strozzatura che impediva l'avvio di un'agricoltura più estesa, avendo - riteniamo- l'allevamento un peso non di molto rilievo, ma del quale non siamo in grado di valutare bene la consistenza. Dare agli alberobellesi di allora torto del tutto è un po' difficile data la singolarità del tessuto agricolo circostante, che tessuto non è ma solo selva, fatta eccezione di alcuni piccoli vigneti.

Schiacciati da una parte dai limiti in imposti allo sviluppo dal feudalesimo, e dall'altra dalla natura selvose del territorio severamente tutelata - va sottolineato - dalla legislazione borbonica, l'agricoltura alberobellese tenta di muovere i suoi primi timidi passi verso le prime trasformazioni, o per meglio dire, verso le prime più estese coltivazioni , uscendo dalle angustie di un regime di appena sussistenza, con piccole coltivazioni a grano o fave. E questo avviene non tanto con l'erezione del comune ad autonoma Università rispetto al Conte di Conversano, quanto un decennio dopo con l'abolizione della feudalità.
Fu questo l'evento che portò alla sentenza dell'11 maggio 1811 della Commissione feudale nelle causa tra l'Università e l'ex feudatario con la quale veniva assegnato al comune, in compenso degli usi civici esercitati dai cittadini le esenzioni di tomoli 443,2 pari ad ettari 380,15 comprendente una parte del bosco- selva ex feudale, mentre un'altra parte rimaneva in possesso del conte di Conversano come un suo bene burgensatico. In base ad una pianta eseguita dall'agrimensore Pietro Caramia, scelto dalle due parti, (documento che sia pure indicato nei fascicoli, non siamo riusciti a rintracciare, come le altre piante citate in altre documentazioni d'archivio) è possibile conoscere nei dettagli la delimitazione e la divisione del bosco grazie ad una descrizione fatta in una relazione ufficiale. Da essa (pianta) si rileva che la quota spettante al comune fu distaccata da quella rimasta all'ex barone conte di Conversano, mediante una linea in perfetto rettifilo, tracciata da nord a sud, e propriamente della strada messa al trifino di Castellana, Monopoli ed Alberobello, che oggi è la via Barsento, fino alla contrada opposta Lo Curcio in territorio di martina, e si apposero sul terreno, per tutta la larghezza della linea che è di circa 4 chilometri, ben 24 grossi termini lapidei, riprodotti esattamente nella pianta Caramia a quasi equidistanza tra loro. E la quota assegnata al Comune di Alberobello fu quella ad est di tale grande linea divisionale e propriamente quella che va verso l'abitato di Alberobello; mentre la quota ad ovest rimasta nel possesso del Conte di Conversano, come suo bene burgensatico.

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